L’isola di cemento

Un banalissimo incidente stradale, un’isola triangolare di terra in cui il mare è rappresentato da tre autostrade e una serie di coincidenze sfortunate. Questo è il mix con cui James Ballard crea una situazione che oscilla tra il surreale, il terrificante e l’intimismo, pur sempre ancorata ad un solido contesto reale e credibile.
Robert Maitland è il protagonista di questo incubo metropolitano londinese: un normale uomo d’affari che rimane prigioniero di un’isola spartitraffico, dove per diverse coincidenze, nessuno viene a cercarlo o capisce che ha bisogno d’aiuto. Come recita la quarta di copertina, Maitland è un “borghese come tanti, con una moglie, un figlio, un’amante e una magnifica Jaguar, non necessariamente in ordine di valore”. È proprio l’incubo che vive uno come lui, tipico esempio di uomo d’affari moderno, con tutte le contraddizioni legate allo stress e alla superficialità, che lo porta a compiere un viaggio mentale che attraversa situazioni di gioia e di angoscia, di terrore e di tenerezza. Senza potersi allontanare fisicamente dalla sua prigione, Maitland vede crescere l’istinto di sopravvivenza e la disperazione, per passare ad altre ed impensabili emozioni quando scopre di non essere solo. Forse non sarà uno dei capolavori di Ballard, ma “L’isola di cemento” è senza dubbio un romanzo riuscito, sia per la sua costruzione e l’idea che lo regge, ma soprattutto per la metafora spirituale che ne accompagna gli eventi.

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~ di liberae su 6 dicembre 2007.

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