BEOGRAD B BOYZ

La storia è ambientata nella recente Belgrado sotto i bombardamenti della Nato e i suoi protagonisti sono adolescenti innamorati di musica e cultura hip-hop.
Laila, Lost Eyez, June e gli altri vedono la loro vita cambiare radicalmente in quei settantanove giorni di assedio e incertezza, e soprattutto cominciano a capire e prendere decisioni importanti. Da questo punto di vista Beograd BBoyz non è un libro che parla di storia dei Balcani o di politica in senso tradizionale, come purtroppo l’ultimo decennio ci ha abituato. Si tratta piuttosto di un romanzo sulla generazione che la storia l’ha subita senza poterci fare nulla, che non capisce perché la violenza sia saltata addosso alle loro vite stravolgendole e che di certo non capirebbe le sottili disquisizioni sulle armi all’uranio impoverito o meno, né si beve le favole della guerra chirurgica.
Questi ragazzi danno per scontato non credere né al dittatore a capo del loro paese né a chi tira loro addosso le bombe. La loro personale risposta alla guerra sta in quello che amano: «June ha preso in mano la bombola come un soldato il Kalashinkov», si legge a un certo punto, dove la bombola è quella della vernice spray per dipingere muri e vagoni di treni. Può capitare di vederli protestare, ma lo fanno con un concerto o ballando breakdance in mezzo alla strada. In qualche modo è l’arte, la musica e lo spirito di reciproca appartenenza (tipico dell’hip-hop) che tiene insieme le loro vite e impedisce di «morire dentro», come dice spesso di sentirsi la protagonista.
Anche l’amore sembra quasi nascere per istinto di sopravvivenza. La storia fra Laila e Lost è intensa, fisica e soprattutto sincera, mentre nulla intorno sembra a loro che lo sia. Si nutre della disperazione di quella città e assume via via il significato di una redenzione, tanto da raggiungere i toni di una nuova religiosità.
Beograd BBoyz non è però privo delle tipiche debolezze dei romanzi che raccontano gli adolescenti “dal di dentro”. I suoi protagonisti sembrano un po’ sospesi nel vuoto, pur giustificabile, di questa loro situazione drammatica ed eccezionale. Non ci sono significative relazioni di scambio con il mondo esterno al loro giro di adepti dell’hip-hop. Alcune scene sembrano rispondere un po’ troppo meccanicamente al bisogno di spettacolarità e finiscono per non essere plausibili proprio quando vorrebbero commuovere.
La scrittura invece, seppur aderente a un vocabolario di strada (e quindi in continuo movimento), riesce nel tentativo di restituire il ritmo di chi con le parole crea una musica assolutamente unica, il b-boy che fa free style (cioè improvvisa rime). Il romanzo mescola quindi prosa e scrittura in versi (di rime rap, ovviamente) con scioltezza e convinzione, vincendo la sfida di raccontare la guerra in Serbia da un punto di vista nuovo. Un cambio di prospettiva salutare, quello messo a punto da MDJ+, che si rende comprensibile anche dalle nostre parti a lettori di ogni età.

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~ di liberae su 5 gennaio 2006.

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